Disclaimer: Questo è un blog.

A volte dimentico che questo sia solo un blog. 
A volte dimentico che potrei raccontare di tutto, di niente, potrei permettermi di fare dei giri lunghissimi di cui non vedo più l’inizio per il puro gusto di vedere come ci sono arrivata. 
A volte dimentico che succede così anche nelle relazioni che si ha il coraggio di chiamare tali, sedersi sulla tazza del bagno mentre l’altra persona è in ammollo nella vasca o intenta a lavarsi i denti e raccontare.

Tipo così.

Potrei raccontare di tutte le volte che Loki sparpaglia la carta per casa fino a farmi impazzire, degli autobus che ho rincorso stamattina riscoprendomi ancora capace di poter correre senza fiatone, o di quello che mi è successo questa sera, al ritorno dall’università, quando mi sono sentita in colpa per aver pensato di poter fingere di non conoscere qualcuno ed evitarmi, così, una conversazione non prevista. Che concetto difficile da definire a parole, quello del senso di colpa. E ancora, potrei raccontare di come il senso di colpa mi abbia assalito quando, nel parlare con questa persona, mi sono accorta di tutti i pesanti preconcetti che portavo con me nei confronti dell’individuo a me di fronte. Non aveva niente da dirmi, a parte di avermi vista da qualche parte, di aver riconosciuto il mio viso grazie ad una foto di un amico in comune. Una conversazione innocua, cinque minuti di innocente conversazione che ci ha visti interessati l’una all’altro fino alla fermata da lui prenotata. Catastrofe scampata, e perché? Quale catastrofe sarebbe successa se fosse rimasto anche solo un momento in più? Me lo sono chiesta, eppure ho sospirato di sollievo, ho sospirato forte prima di sentirmi a disagio con me stessa e con il mondo, nel sentirmi così inadatta a questo tipo di conversazioni costruite, ai modi di approcciarsi o fare amicizia; sento sempre di doverlo dire, alle nuove conoscenze, “facciamo amicizia”, perché contestualizzarlo è l’unico modo che ho per rompere davvero il ghiaccio. Questo, o l’autoironia, ma l’autoironia presuppone un sarcasmo da pochi – pochi tipo: io e mio padre – tanto da pochi che qualcuno la coglie come offesa al punto da rendere i miei tentativi di rottura del ghiaccio del tutto vani. Forse il problema è l’umorismo instillatomi durante l’infanzia ad essere troppo sottile – o troppo elegante, dipende dai punti di vista.

Ecco, per esempio, questo si racconta su un blog.
Il sarcasmo sottile insegnatomi dai miei genitori – concausa del sentirmi inadatta in un contesto sociale percepito da me ostile -, questo e il fatto che, a pochi minuti dalla discesa della persona protagonista della mia precedente storia, non avessi trovato alcun problema nel dire ad una ragazza seduta a pochi passi da me quanto fosse sorprendente il suo smalto termosensibile. Lo smalto era blu, appena salita sull’autobus, e quindici minuti dopo aveva assunto un simpatico tono azzurro-glicine. “Il tuo smalto ha cambiato colore”, le ho detto così, veloce e indolore, fornita di sorriso cordiale ed espressione sorpresa a cui lei è arrossita sorridendo a sua volta: al mio complimento (“Ma è bellissimo!”), il suo rossore e il suo entusiasmo devono essere aumentati poiché le guance porpora facevano spazio ad un sorriso bianco di denti ancora più pronunciato e sincero. A pensarci meglio adesso, non ho mai avuto problemi nel gestire le donne. “Sono semplici”, diceva il mio vicino di casa in Erasmus, Justin, “quando non sai di cosa parlare con una donna parla di ricette o di vestiti, al limite di animali e di sesso, se ti sembra sia aperta all’argomento”; all’epoca mi sembrava una generalizzazione becera e un po’ maschilista ma nell’applicarla mi è sembrata sempre più valida – fino a diventare una delle mie tecniche preferite con gli uomini, con argomenti sesso, cibo e delucidazioni su atteggiamenti femminili incompresi.

Comunque sto divagando, ma forse è proprio questo il senso di avere un blog, divagare su argomenti che non hanno una vera importanza per il solo fine ultimo di esercitare un po’ le mani ormai arrugginite. Ho smesso di farlo da un po’. Scrivere, intendo. La verità è mi colpevolizzo troppo nel rileggere quello che scrivo quando mi impunto su un solo argomento e finisce che non mi piace nulla, e finisce che non mi piaccio neppure io. E questa, tra le guerre che sto vivendo dentro, è quella che non posso  – e non voglio – permettermi di perdere per nessuna ragione. Non voglio non piacermi, né perché posso non piacere a qualcuno né perché sono convinta che la colpa del mio non piacere a qualcuno sia mia. Basta colpevolizzarmi, basta giustificare gli altri. Basta scrivere di loro, basta parlarne, basta farseli mancare, semplice. Basta. Continuerò a scrivere delle mie conoscenze fortuite sugli autobus da-per l’università con l’illusione di poter riempire questo posto virtuale fintanto che, ancora, un po’ di questo mi interessi: ho scoperto di avere una nuova agenda, di quelle bianche un po’ sbiadite e con la copertina nera, da riempire con tutte le cose di cui voglio vergognarmi perché non sono cose da dirsi, né da far leggere, un misto di autocommiserazione e celebrazione di un sentimento non ricambiato in cui ancora macero, macero ogni tanto quando non sono impegnata ad essere perennemente di corsa pur essendo sempre in anticipo – sono arrivata alla conclusione che faccio le cose di fretta per scappare dal fatto di non voler pensare troppo, perché pensare non mi fa bene, mi porta l’emicrania e sono ancora troppo giovane e avvenente per averne. Poi mi impunto su un solo argomento e non basta una pennichella di due ore per far passare l’emicrania che mi prende alla testa, al petto e allo stomaco insieme.

Comunque.

751 parole.
Sono un buon compromesso per un blog, anche se non so esattamente di cosa abbia parlato, e se di queste cose almeno una abbia un senso.

Forse una ce l’ha.

Ti ho evitato per tutto il tempo.
E se ti evito forse è meglio.
Per tutto quello che non siamo stati.

Per non essere stati, solo, noi.

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